L’esempio del papa in Canada: percorsi penitenziali anche per i teologi?
Le immagini potenti con cui Francesco recupera una relazione profondamente alterata dalla ingiustizia, dall’abuso, dalla mancanza di rispetto e di dignità, sono toccanti. Forse rischiano di restare isolate nella narrazione giornalistica, che potrebbe perdere di vista le questioni fondamentali che fondano e giustificano l’azione di Francesco e che possono essere comprese solo guardando meglio al cuore della questione. La complicità di istituzioni e ministri cattolici a pratiche gravemente discriminatorie, abusanti, emarginanti non sono casuali, non sono “singoli episodi”, ma discendono da una comprensione generale dell’uomo, della sua natura sociale, relazionale, politica e di genere che per secoli ha giustificato strutturalmente queste pratiche. Diciamolo più chiaramente: non vorrei che si pensasse che i soggetti stessero agendo allora “in modo criminale”. No, applicavano una idea di giustizia distorta, piena di pregiudizi, che anche la teologia, la disciplina ecclesiale e il buon senso comune giustificava e rendeva raccomandabile. Raccontava una donna ieri in televisione: “La suora mi levò il vestito, mi diede uno schiaffo e mi disse: sei figlia di una selvaggia, vergognati!”
Una storia segnata da questa profonda ingiustizia non è un destino. Il papa lo sa. E con la sua persona opera gesti e dice parole di nuova speranza. Perché l’odio scaturito dalla ingiustizia possa tramontare. Ma può farlo perché non condivide più i pregiudizi che la Chiesa ha condiviso e alimentato con la società coloniale e con la società chiusa. Da un lato per la arretratezza di un pensiero cattolico polarizzato, che ha permesso, ancora nella seconda metà del XIX secolo, la difesa della “schiavitù” come diritto naturale, la richiesta di “messa all’Indice” della Capanna dello Zio Tom perché ispirato dell’egualitarismo protestante, e l’irrigidimento “antimodernista” che ha bloccato, sulle posizioni di fine 800, la cultura cattolica fino agli anni 60 del 900. Ci siamo illusi che difendere i pregiudizi della società chiusa – sulla inferiorità di alcuni popoli rispetto ad altri, sui diritti divini dei padroni sugli operai, sulla strutturale mancanza di dignità pubblica della donna – fosse il modo per difendere il Vangelo. Ed è qui il punto decisivo.
La visita del papa in Canada è un atto teologico di primo livello. In “Fratelli tutti” ha parlato della fraternità, ma in Canada è importante che anche la libertà e la eguaglianza sia ristabilita come linguaggio comune, come codice di riconoscimento, come esperienza condivisa. Il papa che “chiede perdono” con gesti di fraternità mostra che la “dottrina antropologica cattolica” ha vissuto profonde discontinuità, che sono state pagate sulla pelle di diverse generazioni di uomini e di donne, in Canada come nel resto del mondo, in altre condizioni e in differenti modalità. Ma il nodo è la rappresentazione distorta dell’uomo e della donna.
Su questo, già nel 1963, Giovanni XXIII nella sua ultima enciclica, Pacem in terris, identifica tre “segni dei tempi”: la pari dignità di tutti i popoli, i diritti dei prestatori di lavoro rispetto ai datori, la entrata della donna nello spazio pubblico e la sua dignità. Questi tre “segni” chiedono un lavoro teologico nuovo e coraggioso. Quello che Francesco fa sul piano dell’exemplum e del sacramentum deve corrispondere ad un lavoro, altrettanto penitenziale, con cui il pensiero teologico cattolico, svestendo gli abiti sussiegosi della superiorità, assuma il dialogo con la migliore cultura contemporanea per servire meglio l’annuncio del vangelo, senza confonderlo con le forme con cui la società chiusa ha imposto il pregiudizio alla lettura dei testi e dei gesti della tradizione.
Un papa vestito da “pellerossa” è una cosa curiosa. Che può restare sul piano della più grande superficialità. In realtà, riconciliarsi con le culture oppresse e gravemente discriminate implica un processo di spoliazione e di rivestimento che ha nella “metafora battesimale” la sua immagine più potente. Vestirsi di Cristo implica imparare a stare del tutto dentro ogni cultura. Solo così si possono vedere i limiti della tradizione, si possono emendare gli errori e si può imparare a “levare i calzari” di fronte al rivelarsi di Dio in ogni popolo, in ogni uomo e in ogni donna. Per farlo, una grande revisione della “antropologia cattolica” è necessaria. E i teologi non possono aspettare che sia il papa a levare, di volta in volta, le castagne dal fuoco. Ci sono “viaggi penitenziali” che i teologi devono assumere del tutto “in proprio”, perché sono parte integrante del loro mestiere/ministero: per preparare nuove riconciliazioni dovute e nuove paci possibili.
Tra il dire e il fare c’è un di mezzo il mare della fede sempre più vissuta
https://gpcentofanti.altervista.org/la-tentazione-dei-poteri-ecclesiali-odierni/
Caro Andrea,
le tue parole profetiche ci aiutano a sperare che esistono persone libere e pensanti.
Le chiese riescano nel tempo sinodale a convertirsi e a riconoscere non solo i peccati del passato ma anche ritardi e lontananze dall ‘ evangelo del tempo presente.
Federico
Le dolorose vicende di assimilazione – purtroppo anche violenta – delle culture native in Canada, che tra gli altri hanno visto tristemente protagonista la Chiesa, esigono una riflessione non superficiale sul rapporto tra Chiesa e minoranze etniche. Un rapporto talora segnato, come in questo caso, addirittura da criminose violenze di vario genere.
Ma anche nella vecchia Europa, e persino in Italia, forse senza derive violente, ma senz’altro autoritarie, questo rapporto a volte è stato problematico. Ai confini del Regno o della Repubblica essere cattolici significava in certi momenti essere indiscutibilmente e soltanto italianissimi, e dunque implicava la censura totale delle lingue e delle culture locali.
Il magistero conciliare e degli ultimi papi spinge verso l’apertura a ogni cultura e verso la valorizzazione dei tesori che le culture racchiudono. Su questo tema, forse, in Italia sarebbe auspicabile un maggiore interesse, anche tra i teologi.
Caro Andrea,
interessante la tua provocazione in merito agli eventuali “viaggi penitenziali” di teologi e teologhe. Alcune volte sono viaggi che però vanno intrapresi, non in solitaria, bensì coinvolgendo dal basso battezzate e battezzati che soffrono ancora per le ferite provocate dall’ istituzione ecclesiale. Non basta chiedere “scusa”, se non ci si lascia inquietare dalle storie e dai messaggi che queste persone possono (anzi devono!) indicare alla chiesa del futuro. Non solo per non commettere simili errori, ma anche per evitare di creare nuove forme di abuso e ingiustizia.
Penso a quanto cammino penitenziale la chiesa debba ancora percorrere in merito a diversi ambiti della morale sessuale, della formazione teologica dei futuri preti, dei divorziati risposati, omosessuali ecc.
Spero soltanto che il chiedere scusa superi la fase meramente celebrativa per intraprendere quella più sistematica senza paura né ipocrisia.
Uns speranza comune. Grazie